Monitoraggio PFAS in Italia: limiti Normativi, l’Insidia del TFA e le nuove sfide analitiche per le imprese

Il quadro normativo dei PFAS in Italia sta subendo una profonda evoluzione con l’integrazione dell’Atto di Governo N.260.

Mentre per suolo e aria mancano ancora limiti nazionali univoci (gestiti tramite Analisi di Rischio, D. Lgs. 152/2006), l’attenzione si sta spostando sui contaminanti emergenti a catena ultracorta come il TFA (acido trifluoroacetico).

La sua elevata mobilità idrica richiede tecniche analitiche e strumentazioni avanzate come la LC-MS/MS per rilevare concentrazioni infinitesimali (ng/l).

Proprio per la complessità del monitoraggio di queste matrici gassose, i nostri servizi dedicati alla qualità dell’aria ed emissioni in atmosfera si integrano con piani di campionamento specifici.

Partendo da un’analisi del quadro normativo italiano affronteremo le seguenti tematiche:

  • pericolosità dei PFAS
  • PFAS a catena lunga e PFAS a catena corta
  • il protocollo per la rilevazione delle concentrazioni infinitesimali di PFAS
  • le difficoltà analitiche dei TFA

Il quadro normativo PFAS in Italia: cosa cambia tra il 2025 e il 2026?

In Italia, la regolamentazione delle sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) viaggia a due velocità: rigida e definita per le acque potabili, ancora legata a normative regionali o criteri sito-specifici per terreni e scarichi industriali.

Quando la matrice ambientale di riferimento è l’acqua, il riferimento normativo è il seguente:

  • acque superficiali: il D .Lgs. n. 172/2015 stabilisce gli Standard di Qualità Ambientale (SQA);
  • acque sotterranee: il D. Lgs. n. 165/2016 fissa gli standard per il PFOS e inserisce nel monitoraggio obbligatorio molecole come PFBA, PFPeA, PFHxA, PFBS e PFOA;
  • acque potabili: il D. Lgs. n. 18/2023, come modificato dal D. Lgs. n. 102/2025, disciplina il controllo dei PFAS nelle acque destinate al consumo umano prevedendo il parametro «somma di PFAS», riferito alle 30 sostanze indicate nell’Allegato III, Parte B, punto 3, il parametro «somma di 4 PFAS» — PFOA, PFOS, PFNA e PFHxS — e il parametro autonomo «acido trifluoroacetico (TFA)

Focus: l’impatto dell’Atto di Governo N.260

L’aggiornamento normativo introdotto dall’Atto di Governo N.260 ridefinisce i criteri di conformità delle acque destinate al consumo umano attraverso quattro pilastri:

  1. soppressione del “PFAS-totale”: questo parametro macro e generico, che prima era regolarmente previsto e calcolato, viene completamente eliminato dalla nuova normativa;
  2. nuovi limiti sulle 4 molecole principali: per la somma di quattro specifici PFAS considerati tra i più critici (PFOA, PFOS, PFHxS, PFNA), si passa da una situazione in cui erano semplicemente confusi all’interno della sommatoria generale a un limite rigido e vincolante di 20 ng/l;
  3. regolamentazione specifica per il TFA: mentre nel vecchio decreto non era previsto un limite individuale, con la nuova normativa è stata stabilita una soglia dedicata e un limite specifico di 10 µg/l ;
  4. nuovi composti emergenti: sono previsti protocolli mirati per nuove molecole legate a particolari contesti industriali (come PFPECA o ADV), che in precedenza erano del tutto escluse dai monitoraggi di legge.

Per le matrici industriali e i terreni privi di limiti tabellari nazionali, la tutela ambientale è regolata dalla Parte Sesta del D. Lgs. 152/2006 (Testo Unico Ambientale).

La norma impone di prevenire il deterioramento ambientale basandosi sull’Analisi di Rischio (AdR) sito-specifica, indipendentemente dalla presenza di una legge fissa.

In assenza di standard nazionali, fanno fede le leggi regionali come la L.R. 25/21 del Piemonte (limiti allo scarico per 12 composti) o le linee guida della DGR 1590/2017 del Veneto.

Perché i PFAS sono pericolosi?

I PFAS sono noti come inquinanti eterni a causa della stabilità del legame chimico carbonio-fluoro, che ne impedisce la biodegradazione.

L’esposizione cronica a queste sostanze comporta:

  • danni epatici e malattie cardiovascolari;
  • disturbi endocrini, problemi riproduttivi e alterazioni dello sviluppo;
  • disfunzioni immunitarie: l’EFSA (European Food Safety Authority) ha ridefinito i limiti di tollerabilità (TWI) basandosi sulla diminuzione della risposta vaccinale nella popolazione esposta;
  • cancerogenità: IARC li classifica come cancerogeni certi gruppo 1 PFOA e possibili cancerogeni gruppo 2 PFOS https://www.airc.it/cancro/informazioni-tumori/corretta-informazione/i-pfas-possono-causare-il-cancro

A livello biologico, la ricerca scientifica ha evidenziato che, mentre gli animali accumulano principalmente isomeri lineari (come il PFOS lineare), l’essere umano accumula preferenzialmente gli isomeri ramificati nel sangue, rendendo la mappatura tossicologica ancora più complessa.

 

La diffusione nell’ambiente: focus sulle catene ultracorte (TFA)

I meccanismi di trasporto dei PFAS dipendono dalla lunghezza della catena carboniosa. Questo fattore traccia una linea netta tra i “vecchi” PFAS e i contaminanti emergenti:

  1. PFAS a catena lunga (es. PFOA, PFOS): hanno una forte affinità per i solidi, più la catena è lunga più aumenta la loro lipoficità e bioaccumulo. Tendono a depositarsi e ad accumularsi nei suoli, nei sedimenti marini e nei fanghi di depurazione;
  2. PFAS a catena corta e ultracorta (es. TFA): hanno dimensioni molecolari ridotte e peso inferiore. Sono caratterizzati da un’elevatissima mobilità idrica, si infiltrano nel terreno e raggiungono rapidamente le falde acquifere. Questa tipologia di PFAS presenta fattori di bioconcentrazione nei vegetali fino a 10 volte superiori, entrando facilmente nella catena alimentare.

 

Il problema del potere tensioattivo e della rimozione dei PFAS

Il potere tensioattivo dei PFAS fa sì che si concentrino nelle interfacce tra le matrici (acqua/aria, suolo/acqua), rendendo i tradizionali modelli matematici di trasporto degli inquinanti del tutto inaffidabili.

Mentre per i PFAS a catena lunga le tecniche di adsorbimento e filtrazione sono consolidate, per i composti a catena ultracorta come il TFA vi è una sostanziale impossibilità di rimozione su vasta scala con le attuali tecnologie comuni di depurazione.

Quando i monitoraggi superano le soglie critiche (definite come Tier 3, es. > 0,1 µg/l per i 4 PFAS principali), è necessario implementare procedure di messa in sicurezza (MISE) e mitigazione del rischio sulla base del Modello Concettuale del Sito.

Come rilevare concentrazioni infinitesimali di PFAS?

Identificare i PFAS nell’ambiente significa operare nell’ordine dei nanogrammi per litro (ng/l) o parti per trilione (ppt).

Per raggiungere limiti di quantificazione così bassi e prevenire fenomeni di contaminazione incrociata in laboratorio, si applica un protocollo specifico che prevede l’uso delle seguenti tecnologie:

  • LC-MS/MS (Cromatografia Liquida a Triplo Quadrupolo): consente di separare e quantificare i singoli composti con altissima specificità, anche in matrici ambientali complesse, con sensibilità che superano i 0,002 ng/l; non ho trovato strumenti in grado di arrivare per iniezione diretta questo limite, forse con SPE ma non ho informazioni a riguardo. Il massimo che ho trovato per iniezione diretta è 0.1ng/L;
  • Pre-concentrazione tramite SPE (Estrazione in Fase Solida): è utilizzata per eliminare gli interferenti organici o metallici nelle matrici “sporche” (scarichi industriali, fanghi, terreni) e concentrare gli analiti prima dell’analisi;
  • LC-HRMS (Spettrometria di Massa ad Alta Risoluzione): consente di eseguire lo screening di precursori poli-fluorurati sconosciuti, isolando la massa esatta della molecola dal rumore di fondo;
  • Screening AOF (Fluoro Organico Assorbibile): fornisce una stima aggregata e complessiva di tutti i composti organofluorurati presenti nel campione, inclusi i PFAS non intercettati dai metodi mirati.

Le sfide analitiche del TFA: perché è così difficile da rilevare?

Rilevare l’acido trifluoroacetico (TFA) in laboratorio è un’operazione complessa che richiede un rigore straordinario, principalmente per tre motivi:

  1. scivola via nei test tradizionali: a causa della sua struttura chimica, non si “aggancia” ai normali filtri di separazione del laboratorio. Per catturarlo e misurarlo servono strumenti e resine speciali molto avanzati;
  2. ci sono molte interferenze strumentali: essendo una molecola ubiquitaria è difficile quantificarlo correttamente senza strumenti, materiali e procedure corretti. Serve per esempio uno strumento PFAS free dotato di delay column e solventi ultrapuri;
  3. rischio di contaminazione altissimo: il TFA è ovunque nell’ambiente. Per questo il prelievo del campione deve essere meticoloso: non possono essere utilizzate contenitori in vetro o materiali in Teflon (PTFE), perché altererebbero i risultati. Si possono invece utilizzare recipienti in polietilene o polipropilene.

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